segunda-feira, 21 de abril de 2014

O Sudário? Tenha certeza: é do 1º século!

24/02/2014 

«La Sindone? Sono sicuro: è del I secolo»



Il viso della Sindone
(©REPORTERS) IL VISO DELLA SINDONE

Intervista a Fanti, che pubblica i risultati di analisi dell’Università di Padova: «Data del 33 a.C. con un’incertezza di 250 anni»

DOMENICO AGASSO JRTORINO
«Grazie a un progetto di ateneo dell’Università di Padova è stato possibile sviluppare metodi alternativi di datazione della Sindone basati sull’analisi meccanica e opto-chimica, dopo ovvie tarature. I risultati di queste analisi hanno prodotto datazioni tutte tra loro compatibili fornendo una data del 33 a.C. con un’incertezza di 250 anni». Lo annuncia Giulio Fanti, professore associato di Misure meccaniche e termiche all’Università di Padova,  che pubblica gli esiti del suo lavoro nel volume “La Sindone: primo secolo dopo Cristo!”, scritto insieme a Pierandrea Malfi con approfondimento di Marco Conca (Edizioni Segno, 2014, pagg. 415, 20 euro).

Vatican Insider lo ha intervistato.

Perché nel titolo quel punto esclamativo?
«Di per sé sarebbe un controsenso, perché le mie datazioni potrebbero essere sbagliate. Ma l’ho messo in risposta a quello che è stato fatto dopo la radiodatazione del 1988, quando gli scienziati hanno dato un risultato “conclusivo”, cioè indiscutibile. Invece nulla è indiscutibile dal punto di vista scientifico. E infatti hanno sbagliato. E oltre a questo gli stessi scienziati si sono fatti fotografare alla lavagna con la data del risultato del metodo radiocarbonico col punto esclamativo. Ecco allora che in risposta a quella fotografia, ho messo anch’io il punto esclamativo: è una provocazione».

La radiodatazione del 1988 decretò la Sindone medievale, lei la definisce non corretta: però non potrebbero essere errate anche le sue nuove datazioni?
«Sappiamo che la radiodatazione del 1988 ha sbagliato: è dimostrato anche da diversi articoli pubblicati su riviste italiane ed estere: non ha considerato un effetto sistematico fondamentale, probabilmente un fenomeno ambientale come un incendio, di cui oggi non siamo a conoscenza. Dopo le analisi del 1978 e 1988 la Sindone è stata esposta al timolo, un battericida molto forte che però altera la percentuale di carbonio 14 soprattutto su tessuti antichi; quindi dal punto di vista chimico si sa che se oggi venisse radiodatata di nuovo ci sarebbe l’effetto dell’esposizione al timolo. Lo dico non per criticare quello che è stato fatto, però ciò che viene fuori è che nel giro di venti o trent’anni la Sindone può essere ringiovanita. E alla luce di quello che è successo in questi decenni, chi ci può dire che nel I millennio d.C. la Sindone non sia stata conservata con qualche conservante che ha influito notevolmente? Oggi come oggi quindi noi sappiamo che il carbonio 14 sulla Sindone ha dato grossi problemi con un effetto sistematico. Ecco perché allora abbiamo eseguito queste datazioni alternative: io le ho fatte a livello più scientifico con l’appoggio dell’Università, ma già qualche anno fa il chimico americano Ray Rogers aveva realizzato un’analisi che ha definito la Sindone come più antica del medioevo. Io presento tre metodi indipendenti che danno risultati coerenti tra di loro: tutti collocano la Sindone a molto tempo prima del medioevo, addirittura intorno al I secolo. Dunque abbiamo cinque metodi: quello del carbonio 14, i tre miei e quello di Rogers. Potremmo avere sbagliato anche noi, però con quattro metodi diversi e indipendenti che hanno gli stessi risultati, chi è che può avere ragione? Fintantoché non verrà fuori – e io sono convinto che non verrà fuori – che tutti noi abbiamo sbagliato, allora diventa più attendibile quella del I secolo, coerente con l’epoca in cui Gesù di Nazareth visse in Palestina. Adesso aspetto i commenti dei vari scienziati, che per il momento sono positivi: ho avuto solo conferme e nessuna contrarietà».

Ma chi è l’uomo della Sindone?
«Se rimaniamo nell’ambito scientifico non si può dare un nome. Però è interessante che tutti gli indizi – e sono centinaia - in riferimento a una Certa persona corrispondono. Per esempio i romani hanno crocifisso decine di migliaia di persone, e dunque potrebbe essere uno di questi l’uomo: e invece no, perché la crocifissione dell’uomo del Sacro Telo è stata molto particolare, ed è difficile che altre avessero caratteristiche di questo tipo: c’è la corona di spine; e poi in genere la crocifissione veniva data come pena a se stante, ma nel caso di Gesù era un’altra: è stato flagellato, perché Ponzio Pilato voleva dargli un castigo severo ma poi liberarlo, e invece avviene un doppio castigo, e in una situazione “normale” la flagellazione non avrebbe senso con una crocifissione successiva. E come questi ci sono tanti altri indizi: una persona per non credere deve mettere tutta la volontà».

Cosa può avere riprodotto l’immagine corporea?
«Non essendo ancora riproducibile non è possibile spiegare con chiarezza come si sia formata. Allo stato attuale delle conoscenze sembra che sia stata il risultato di una notevole esplosione di energia proveniente dall’interno del corpo avvolto. Questa energia probabilmente fu anche di tipo elettrico e sviluppò un particolare fenomeno chiamato effetto corona (una miriade di microscariche legate a emissione di elettroni ad altissimo potenziale). Se dal punto di vista scientifico ci sono notevoli difficoltà a supporre l’ambiente in cui questo fenomeno si riprodusse (fortissimi terremoti o temporali), tutto si spiega dal punto di vista della religione cattolica: la Risurrezione con conseguente fuoriuscita dalla Sindone dell’Uomo che divenne meccanicamente trasparente. E questo non è solo “fantasia” di qualche credulone fideista ma è supportato da vari indizi scientifici».

Quali sono questi indizi?
«Per esempio il sangue umano ridiscioltosi nella Sindone esposta all’ambiente umido del sepolcro per un fenomeno chiamato fibrinolisi, ha lasciato i decalchi sul tessuto di lino senza la minima traccia di sbavature che sarebbero invece evidenti se il cadavere avvolto fosse stato rimosso fisicamente. Sono evidenti due diverse configurazioni della Sindone posta attorno all’Uomo: una più avvolgente durante la trasposizione del sangue; una più appiattita dovuta all’esplosione di energia che produsse l’unica “fotografia” che Gesù ci lasciò di sé e della sua dolorosissima Passione».

Tradução Google

Entrevista com Fanti, que publica os resultados da análise da Universidade de Pádua: "Dado o BC 33 com uma incerteza de 250 anos"

DOMENICO AGASSO JR TURIM
"Com um projeto da Universidade de Universidade de Pádua foi possível desenvolver métodos alternativos de datação do Sudário com base na análise de calibração mecânica e opto-químico, óbvio depois. Os resultados destas análises foram namoro compatíveis um com o outro proporcionando uma data de 33 aC, com uma incerteza de 250 anos. " O anúncio foi feito por Giulio Fanti, professor de medições mecânicas e térmicas da Universidade de Pádua, que publica os resultados de seu trabalho no livro "O Sudário: o primeiro século depois de Cristo", co-escrito com Pierandrea Malfi, com aprofundamento da Mark Conca ( Edições assinar , 2014, 415 p., € 20).

Vaticano Insider entrevistou-o.

Por que ponto de exclamação no título?
"Por si só, seria uma contradição, porque o meu namoro pode estar errado. Mas eu colocá-lo em resposta ao que foi feito após a datação por radiocarbono de 1988, quando os cientistas deram um resultado de "conclusivo", que é indiscutível.Em vez disso, nada é indiscutível a partir do ponto de vista científico. Na verdade, eles estavam errados. E, além disso os próprios cientistas foram fotografados na placa com a data do resultado do método de radiocarbono com o ponto de exclamação. Aqui, então, em resposta a essa imagem, eu me coloco ponto de exclamação: é uma provocação ".

A datação por radiocarbono de 1988 decretou a medieval Santo Sudário, que ela chama de errado, mas eles não poderiam ser errado mesmo seu novo namoro?
"Sabemos que a datação por radiocarbono 1988 estava errado: é também demonstrada por vários artigos publicados em revistas italianas e estrangeiras: um efeito sistemático não considerados essenciais, provavelmente um fenômeno ambiental como um incêndio, que hoje não estão conscientes. Após as análises de 1978 e 1988, a saia foi exposto a timol, um agente bactericida muito forte, mas altera a proporção de carbono-14, especialmente em tecidos antigos; em seguida, a partir do ponto de vista químico, se você sabe que hoje era radiodatata novamente não seria o efeito da exposição a timol. Não digo isso para criticar o que foi feito, mas o que sai é que em vinte ou trinta anos o Sudário pode ser rejuvenescido. E, à luz do que aconteceu nas últimas décadas, aqueles que podemos dizer que no primeiro milênio dC, o Sudário não foi preservado com algum conservante que tem grandemente influenciado? Hoje em dia isso sabemos que o carbono 14 no Sudário deu grandes problemas com um efeito sistemático. É por isso que, em seguida, executar esses datações alternativas: eu tenho-os de uma forma mais científica, com o apoio da Universidade, mas há alguns anos atrás, o químico americano Ray Rogers havia realizado uma análise que definiu o Sudário como o mais antigo da Idade Média . Apresento três métodos independentes que dão resultados consistentes entre si: todo o lugar Sudário muito antes da Idade Média, até mesmo em torno do primeiro século. Portanto, temos cinco métodos: o de carbono-14, e que dos meus três Rogers. Poderíamos ter nos enganado também, mas com quatro métodos diferentes e independentes que têm os mesmos resultados, aqueles que podem ter razão? Até que eles saem - e estou convencido de que ele vai sair - todos nós errado, então torna-se mais confiável do que a do primeiro século, de acordo com o momento em que Jesus de Nazaré viveu na Palestina. Agora estou esperando comentários de vários cientistas, que por enquanto são positivas: eu só tinha confirmações e sem oposição ".

Mas quem é o homem do Sudário?
"Se permanecermos na ciência você não pode dar um nome. Mas é interessante notar que todas as pistas - e centenas - em referência a uma pessoa Certa jogo. Por exemplo, os romanos crucificaram dezenas de milhares de pessoas e, portanto, poderia ser um desses homens: mas não, porque a crucificação do Santo Pano foi muito especial, e é improvável que eles tinham outras características desse digite: há a coroa de espinhos; e, em seguida, normalmente a crucificação foi dado como uma punição em si, mas no caso de Jesus era diferente: ele foi açoitado, porque Pôncio Pilatos queria dar-lhe uma punição severa, mas, em seguida, liberá-lo, e em vez disso tem uma dupla punição, e de uma "normal" situação flagelação não faria sentido com uma crucificação subseqüente. E como estas há muitas outras pistas: a pessoa não acredita tem de colocar toda a vontade ".

O que pode ser reproduzida a imagem do corpo?
"Não sendo reprodutível mas você não pode explicar claramente como se originou. No estado actual do conhecimento parece ter sido o resultado de uma notável explosão de energia que vem do corpo envolto. Esta energia também foi, provavelmente, um elétrico e

A mulher condenada a morte pelo Islam, por ser cristã.

20/04/2014 

Asia Bibi: “Io credo, risorgerò”

 
 
Asia Bibi
ASIA BIBI

La donna cristiana condannata a morte per blasfemia in Pakistan vive l’assenza di un processo come “il suo venerdì santo” ma non perde la speranza. Come testimonia il messaggio inviato in esclusiva a Vatican Insider

PAOLO AFFATATOROMA

“Credo con tutto il mio cuore, con tutte le mie forze e la mia mente che risorgerò. La salvezza verrà presto anche per me”: io giorno del Venerdì santo, inchiodata alla sua croce di oltre 4 anni e mezzo di carcere da innocente, Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte per blasfemia, compie la sua professione di fede, e consegna in esclusiva aVatican Insider un accorato messaggio di speranza.

Asia Bibi, in trepidante attesa della sua sorte, ha  ricevuto ieri la notizia della cancellazione dell’udienza, prevista il 14 aprile, del suo processo di appello: il procedimento è stato rinviato sine die senza una motivazione plausibile. Solo perchè i giudici dell’Alta Corte di Lahore, intimiditi e intimoriti da possibili rappresaglie dei fondamentalisti islamici, finora si sono sottratti alla responsabilità di trattare il suo caso: decidere su Asia Bibi – soprattutto su una eventuale assoluzione - è una patata fin troppo bollente. Meglio declinare. Gli avvocati difensori, dal canto loro, hanno confermato che faranno tutti i passi necessari, come una istanza al presidente della Corte, perché il caso venga normalmente calendarizzato.

Raggiunta da Vatican Insider attraverso il suo avvocato e le persone che le sono più vicine, Asia Bibi ha espresso tutto il suo rammarico per quella che considera “una ulteriore discriminazione”. “Oggi per me non c’è posto in tribunale, non c’è occasione o luogo dove possa dimostrare la mia innocenza. Prego e spero che un giudice riceva luce da Dio e abbia il coraggio di vedere la verità”, ha detto fra le lacrime. Asia vive oggi il suo venerdì santo immersa nella preghiera: “Mi specchio nella croce di Cristo, nella certezza che tanti fratelli e sorelle nel mondo mi sono vicini e stanno pregando per me”.

Ma, nonostante la tragica situazione e la sofferenza che la tocca da quasi cinque anni, la speranza alberga ancora nel cuore della donna: “Quando Cristo risorgerà, nel giorno di Pasqua, Egli deciderà per me una nuova strada di giustizia, mi terrà con Lui in un regno dove non vi sono ingiustizia e discriminazione. Cristo ha promesso che risorgerò con Lui”. Ecco la Pasqua di Asia, che vive questi giorni in solitudine, in una cella del carcere femminile di Multan, aggrappata solo alla lettura della Bibbia.

Intanto si moltiplicano in Pakistan le iniziative e le veglie di preghiera, per Asia Bibi e per altre due recenti condanne a morte di cristiani per blasfemia: quella di Sawan Masih e quella dei coniugi Shafqat: Emmanuel, disabile, e sua moglie, Shagufta Kausar, colpevoli, secondo le accuse, di aver inviato “sms blasfemi”. Anche per loro si profila un lungo calvario giudiziario, come quello di Asia.

Asia Noreen Bibi è stata denunciata il 19 giugno 2009 dal mullah musulmano Qari Muhammad Sallam, che l’ha accusata di blasfemia, secondo l’articolo 295c del Codice Penale. Dopo le indagini, la polizia presentò il suo rapporto il 12 luglio e il caso andò a processo presso il tribunale di primo grado di Nankana Sahib. I fatti contestati ad Asia (aver insultato il Profeta Maometto, dopo un alterco con altre donne musulmane) sono avvenuti il 14 giugno 2009. Gli avvocati della difesa, nel processo di appello, intendono far leva sullo scarto di cinque giorni fra il verificarsi dei fatti (14 giugno) e la presentazione della denuncia (19 giugno) per dimostrare che le accuse sono del tutto montate. Asia è stata condannata a morte l’8 novembre 2010 dal tribunale di primo grado. L’appello è stato depositato davanti all’Alta Corte di Lahore l’11 novembre 2010. Ma, per motivi di opportunità e di contesto, per pressioni religiose e politiche, solo ora, quasi quattro anni dopo, è stato preso in considerazione e, inizialmente, calendarizzato. Da febbraio a oggi, il caso ha subito quattro rinvii, l’ultimo “a data da destinarsi”.

sexta-feira, 18 de abril de 2014

Sequestro de Bispo na África.



17/04/2014 

Centrafrica, sequestro-lampo di un vescovo e tre preti



Nongo Aziagbia
(©AFP) NONGO AZIAGBIA

Nongo Aziagbia, pastore di Bossangoa, e i sacerdoti sono stati rapiti ieri da un gruppo di miliziani Seleka; oggi la liberazione

REDAZIONEROMA

È stato un sequestro-lampo quello cha ha riguardato nella Repubblica Centrafricana il vescovo di Bossangoa, Nestor Desire' Nongo Aziagbia, rapito ieri assieme a tre sacerdoti della sua diocesi, nel  nord del paese, da un gruppo di miliziani della Seleka e liberato oggi.

A dare notizia del sequestro all'agenzia Misna è stato l'arcivescovo di Bangui, monsignor Dieudonne' Nzapalainga, riferendo di essere stato chiamato nella tarda serata di ieri dal vescovo di Bossangoa, che gli ha confermato di essere stato prelevato dalla sua abitazione assieme ad altri tre religiosi. Nella città, ha spiegato ancora l'arcivescovo di Bangui,  «sono presenti forze della Misca, la missione di peacekeeping africana dispiegata nel Paese, che sono in contatto con questo gruppo di rapitori della Seleka».

Oggi è poi arrivata la notizia della liberazione di Nongo Aziagbia, per la quale ha espresso gioia la Comunità di Sant'Egidio, da anni impegnata per la riconciliazione nella Repubblica Centrafricana. «Il vescovo di Bossangoa - commenta Sant'Egidio - è fortemente impegnato, con tutta la Chiesa centrafricana, nell'opera di riconciliazione nazionale e nell'assistenza alle migliaia di profughi che in questi mesi hanno cercato rifugio nelle strutture cattoliche». La Comunità esprime «apprezzamento per l'opera di quanti hanno lavorato per questo felice esito e in particolare l'arcivescovo di Bangui, Dieudonne' Nzapalainga, con l'auspicio che il percorso di riconciliazione avviato possa continuare».

segunda-feira, 31 de março de 2014

Paróquia Hospital na África. Acolhendo refugiados aterrorizados.

30/03/2014

Centrafrica, quando la chiesa è un “ospedale da campo”

 
 
Bambini in una parrocchia africana
BAMBINI IN UNA PARROCCHIA AFRICANA

Padre Justin mette in pratica l’esortazione del Papa, ospitando più di mille musulmani nella sua parrocchia. Ha anche rischiato la vita per difenderli

DAVIDE DEMICHELISROMA
“Hamidou ha fatto più di duecento chilometri per arrivare fino qui, a Carnot. Quando si è presentato in parrocchia era sfinito, denutrito, disidratato, ma soprattutto terrorizzato. Hamidou ha 13 anni. Per giorni e giorni ha camminato, solo, nella foresta, e correva ogni volta che sentiva sparare”. Padre Justin respira lungo, prima di riprendere il racconto. Hamidou oggi è ospite della sua parrocchia, insieme a un migliaio di musulmani. La chiesa dei Santi Martiri dell’Uganda di padre Justin Nary è l’unica di Carnot, una piccola città a poco più di cento chilometri dalla frontiera con il Camerun. 35mila centrafricani sono fuggiti oltreconfine, in Camerun, e 82mila in Ciad. Sono accampati nei campi profughi.

Carnot è là: sulla via che porta in Camerun. Dieci anni fa aveva 45mila abitanti, oggi chissà. Dopo la destituzione del presidente Djotodia, a inizio gennaio, gli islamici in Centrafrica sono nell’occhio del ciclone. Il governo Djotodia era appoggiato dalle milizie Seleka, in cui militavano molti fondamentalisti. Oggi tutti i musulmani stanno pagando per le violenze di cui si sono resi colpevoli gli uomini della Seleka, in gran parte stranieri, soprattutto ciadiani e sudanesi. A seminare il terrore in Centrafrica ora vi sono gli Antibalaka, gli “anti machete”, che per vendicarsi delle malefatte della Seleka colpiscono tutti i seguaci del Corano. Ecco perché molti di loro hanno cercato rifugio nei luoghi più sicuri e accoglienti: le parrocchie, i seminari, i conventi. Solo nella capitale, Bangui, circa 120mila persone sono accampate in una quarantina di edifici religiosi. Anche fuori dalla capitale varie parrocchie ospitano migliaia di islamici: a Bossangoa, Boda, Baoro, Bossemptele e, ovviamente, Carnot.

Hamidou è uno dei tanti musulmani costretti alla fuga. Un mese fa era a casa, con la sua famiglia, quando ha sentito sparare. Suo padre ha urlato a lui e ai suoi fratelli di fuggire. Ha dato loro qualche soldo e via, a gambe levate, in direzioni diverse. Hamidou ha corso a perdifiato, finché ha potuto. Poi si è guardato indietro: era solo, nel cuore della foresta. Allora ha capito che non aveva scelta: doveva proseguire il cammino, la fuga. Per giorni e giorni, non sa neanche lui quanti, ha mangiato radici e bevuto l’acqua che trovava in foresta. Poi è arrivato a Carnot, un mese fa. Ha saputo che qui poteva trovare accoglienza, ed è subito andato in parrocchia. Finalmente qualcuno si è preso cura di lui: l’abbé Justin.

“E’ dalla fine di gennaio che accolgo sfollati nella mia parrocchia. Sono in gran parte di etnia Peul e Aussa, quasi tutti musulmani. Ovviamente la nostra porta è aperta a tutti: non facciamo distinzioni di razza o religione”. Padre Justin non ci ha pensato due volte: quella gente aveva bisogno. Poco importa se in città ha creato qualche malumore, anche tra i cristiani. Qualcuno teme che fra quanti protegge, fino a 1400 persone, si siano infiltrati i miliziani in fuga. Padre Justin non sente ragioni: “Ho svuotato le casse della chiesa, per dare da mangiare a questa gente. Poi ho chiesto aiuto alle organizzazioni umanitarie, finalmente ci è arrivato qualcosa. Molti cristiani portano del cibo: patate, manioca, riso. Noi dobbiamo accogliere, aiutare! E poi, anche far sapere al mondo della guerra che sta sconvolgendo il Centrafrica, sensibilizzare l’opinione pubblica. Tutto qui”.

Non solo. Padre Justin ha rischiato ben più che i soldi o la reputazione, per difendere gli sfollati: “A inizio febbraio sono arrivati gli Antibalaka. Io e il pastore protestante siamo andati in foresta per parlare con loro, tranquillizzarli. Dopo qualche giorno però, sono entrati comunque in città. Volevano portar via tutti i musulmani, gli sfollati che vivono da noi, ucciderli. Mi sono opposto, abbiamo parlato a lungo, abbiamo mangiato insieme, ho dato loro anche dei soldi”. In Centrafrica si usa così, ma non è bastato. Un gruppo di uomini armati si è presentato in chiesa con 40 litri di benzina, minacciando di appiccare il fuoco se il prete non avesse consegnato i musulmani o un milione di franchi cfa.

L’abbé Justin allora ha promesso di consegnare il malloppo, appuntamento davanti alla chiesa alle 18: “Non sapevo come fare, quei soldi non li avevo. Ho chiamato dappertutto, finché sono riuscito a trovare un comandante della missione militare, Misca. Un convoglio armato doveva passare da qui, proprio quel giorno. E’ stato un miracolo! Alle 17,43 si sono posizionati intorno al luogo dell’appuntamento. C’è stato uno scontro a fuoco, molto violento. Da allora i militari presidiano la nostra città, non se ne sono più andati, e gli Antibalaka non ci hanno più attaccati”.
Padre Justin, al mattino, si alza alle 4,30. Prega, poi passa qualche ora con i suoi ospiti: “Mi raccontano le loro storie, ci comunichiamo esperienze, emozioni, non solo informazioni. Abbiamo scambi molto intensi”. Forse anche per questo, nonostante tutto, il morale del parroco è sempre molto alto. La chiesa, la casa parrocchiale, gli uffici e la sua stanza sono affollati di gente, il cortile è invaso dalle tende. Ma quel che più conta, lo spirito dell’abbé Justin, è libero e felice: “Questa è la chiesa, la nostra missione”.

 

quinta-feira, 27 de março de 2014

Perseguição aos cristãos da Síria. Sempre o islam. Por que essas notícias não são mais divulgadas?

26/03/2014 

Siria, ancora persecuzioni contro i cristiani

 
 
Siria. Continua la persecuzione dei cristiani
(©ANSA) SIRIA. CONTINUA LA PERSECUZIONE DEI CRISTIANI

Nel nord del Paese centinaia di famiglie armene hanno dovuto abbandonare i loro villaggi per un’invasione di fondamentalisti islamici

MARCO TOSATTIROMA


Siria e Cristiani: continua la persecuzione. Nella tragedia siriana la tragedia dei cristiani sembra non avere fine. Nel nord del Paese, sul mare, al confine con la Turchia centinaia di famiglie armene hanno dovuto abbandonare i loro villaggi, nel Kessab, per un’invasione di fondamentalisti islamici provenienti dalla Turchia, in cui hanno le loro basi. E anche in quella zona si sono ripetute in queste ore le scene già viste di chiese dissacrate, case saccheggiate, civili morti e rapiti. E per molti cristiani siriani in assoluto la fuga sembra l’unica soluzione. In particolare per quanti non amavano particolarmente il regime del presidente Assad, ma si sono dovuti confrontare, una volta “liberati” con forme di oppressione crescente da parte dei miliziani integralisti di oltre 80 Paesi diversi che costituiscono il nerbo della resistenza armata, aiutata e finanziata da Turchia, Qatar e Arabia Saudita, oltre che dagli Stati Uniti.

Ma anche i cristiani che avendo sofferto sotto il regime hanno formato una brigata nel Free Syrian Army (FSA) si trovano in difficoltà. Perché la loro sola presenza costituisce un problema e un intoppo alla creazione di uno Stato islamico. E a quanto pare questa situazione di persecuzione si prolunga anche dopo la fuga. Secondo rapporti di organismi di assistenza locali, nel campo profughi allestito dal governo turco con un settore riservato ai cristiani non c’è nessuno. I cristiani preferiscono non entrare nel campo, per paura di rappresaglie da parte dei musulmani. Cercano invece rifugio nei sobborghi poveri delle città turche, timorosi sia di entrare nei campi per i rifugiati che rientrare in Siria, nelle zone in mano al FSA e alle fazioni islamiche più o meno affiliate ad al-Qaeda.

Un caso esemplare è quello accaduto ad Aleppo. Una donna cristiana, attivista contro il governo di Bashar al-Assad, è stata arrestata da militanti islamici perché stava partecipando a un evento pubblico senza velo. Marcell Shehwaro, questo è il nome della donna, era a piazza Jisr al-Haj, e partecipava a una cerimonia in cui si piantavano alberi, e si installava una bandiera, in ricordo dei caduti della guerra. Jisr al-Haj è nella zona di Aleppo occupata dai miliziani islamici. Un comandante del gruppo chiamato Jaish al-Mujahedeen (Esercito dei Mujahedeen) le ha chiesto di coprirsi i capelli, perché quella parte della città era sotto il loro controllo. Marcell Shehwaro gli ha risposto seccamente: “Che cosa può farmi l’autorità della Shari’a se non porto il velo? Non porterò un velo. Che l’autorità della Shari’a mi arresti! Smettiamola!”.

Marcell Shehwaro è nota per opporsi da tempo al regime di Assad. “Odio quando mi giudicano per ragioni religiose – avrebbe detto la donna -. E’ pieno di ragazze sunnite che non portano il velo. Che cosa possono far loro?”. Lì per lì i miliziani se ne andarono, ma tornarono dopo un po’ per arrestarla. Ma gli altri attivisti che erano con lei per la cerimonia si sono scontrati con loro per difenderla. A dispetto della resistenza, i miliziani sono riusciti ad arrestarla, e l’hanno portata in un luogo che l’agenzia ANA definisce come la prigione della “Shari’a Authority” ad Aleppo. Dopo un paio di ore però il Jaish al-Mujahedeen l’ha liberata, con un comunicato di scuse: “Deploriamo quello che è stato compiuto da parte di individui come un gesto individuale verso l’attivista Marcell Shehwaro”. Ma il commento della donna, secondo l’agenzia ANA è stato che non c’è posto per i cristiani nella rivoluzione. “Mi chiedo se si può evitare di essere uccisi. Chi non è ammazzato dalle bombe dell’esercito è ammazzato dall’ISIS (Stato islamico di Iraq e Siri, affiliato ad al-Qaeda); e chi non è ammazzato dall’ISIS lo è da qualcun altro”. Shehwaro ha pubblicato le foto della protesta non violenta sulla sua pagina di Facebook il 17 marzo.

domingo, 23 de março de 2014

Massecre de cristãos. Agora no Kenia. Mas muçulmano de novo.

3/03/2014 

Kenya, attacco a una chiesa: quattro morti

 
 
Un ferito all'ospedale di Monbasa
(©REUTERS) UN FERITO ALL'OSPEDALE DI MONBASA

Sale il bilancio dell’attacco avvenuto in mattinata da parte di un gruppo di uomini armati: 17 i feriti

REDAZIONEROMA



È salito a quattro morti e 17 feriti il bilancio dell'attacco di questa mattina a una chiesa di Mombasa da parte di un gruppo di uomini armati che ha aperto il fuoco sui fedeli.


In un primo momento la polizia aveva parlato di due morti e una decina di feriti. Fornendo un bilancio aggiornato, la Croce Rossa ha reso noto che altre due persone sono morte per le ferite riportate e che 17 sono ricoverate in ospedale.


Il Kenya è oggetto di attacchi di matrice islamica da quando, nell'ottobre 2011, è intervenuto militarmente nel sud della Somalia per combattere gli shabaab legati ad al Qaida.

sábado, 22 de março de 2014

Perseguição aos católicos no Sudão

/03/2014 

Taban: «In Sud Sudan la situazione è più grave che durante la guerra civile»

 
 
monsignor Roko Taban Mousa
(©ACS) MONSIGNOR ROKO TABAN MOUSA

Parla l’amministratore apostolico di Malakal: le nostre case e le nostre chiese sono state distrutte e saccheggiate

REDAZIONEROMA

«Abbiamo perso ogni cosa. Le nostre case e le nostre chiese sono state distrutte e saccheggiate». Costretto a rifugiarsi in un seminario cattolico di Giuba, monsignor Roko Taban Mousa, amministratore apostolico di Malakal in Sud Sudan, racconta ad Aiuto alla Chiesa che Soffre (la fondazione di diritto pontificio che sostiene l’azione pastorale della chiesa laddove essa è perseguitata, ndr) come intere aree del più giovane stato al mondo siano state abbandonate dalla popolazione, in seguito a violenti scontri tra  l’esercito del presidente Salva Kiir e la coalizione ribelle guidata da Riek Machar.

Nonostante il cessate il fuoco tra governo e ribelli del 25 gennaio scorso, efferate violenze hanno continuato a verificarsi. Nato per motivi politici, il conflitto sta assumendo sempre più una connotazione etnica poiché i leader delle due fazioni appartengono ai due principali gruppi tribali del paese: Kiir ai dinka e Machar ai nuer. Gli scontri hanno avuto inizio il 15 dicembre 2013 e stando ai dati delle Nazioni Unite avrebbero già causato migliaia di morti e costretto almeno 900mila persone ad abbandonare le proprie abitazioni. Monsignor Taban paragona le atrocità delle ultime settimane a quanto vissuto durante la seconda guerra civile sudanese, durata dal 1983 al 2005. «In 22 anni di conflitto – afferma – mai avevamo assistito ad una simile devastazione».

La diocesi di Malakal comprende territori di tre degli stati maggiormente affetti dalle violenze: Alto Nilo, Unità e Jongley. Nei giorni scorsi tutti i sacerdoti diocesani e le religiose sono stati costretti a fuggire e molti di loro hanno trovato ospitalità a Giuba. «I miei sacerdoti hanno dovuto lasciare tutti i loro averi e ora non hanno più neanche i messali e i paramenti liturgici». Aiuto alla Chiesa che Soffre ha appena approvato un contributo straordinario di 25mila euro per garantire un alloggio e fornire viveri e medicine ai sacerdoti e alle religiose rifugiatisi nella capitale sudsudanese.

Il pensiero di monsignor Taban va ai tanti fedeli rimasti a Malakal. Secondo fonti della Chiesa locale molti dei 250mila abitanti del capoluogo dell’Alto Nilo avrebbero cercato riparo in remoti villaggi - ora sopraffatti dall’enorme afflusso di rifugiati - all’interno della boscaglia, mentre altri hanno trovato accoglienza in un vicino campo profughi.

Il presule denuncia l’urgente necessità di aiuti umanitari. «La popolazione ha bisogno di riso, mais, fagioli, olio. Siamo sull’orlo della carestia ed è quanto accadrà se non saranno immediatamente inviate scorte di generi alimentari». Anche l’acqua potabile è ormai divenuta un bene rarissimo e a causa della terribile sete molti abitanti della diocesi di Malakal hanno iniziato a bere dalle acque del Nilo bianco, con un drammatico aumento dei casi di dissenteria. «Diarrea e malaria affliggono sempre più i sudsudanesi – spiega monsignor Taban - ma purtroppo nessuno ha accesso alle cure mediche perché tutti gli ospedali e le farmacie sono stati distrutti o saccheggiati durante gli attacchi».